Purtroppo, l’opinione pubblica salemitana assiste quotidianamente a innumerevoli morti: solitamente anziani, oppure uomini di mezz’età, ma raramente si assiste alla morte di un maestro nella nostra comunità, come lo era Antonino Messina, cittadino alcamese ma divenuto salemitano d’adozione.
E quando parlo di “maestro”, non mi riferisco soltanto alla sua professione, maestro di danza, ma al suo portamento, alla sua eleganza, alla sua preparazione e al suo intelletto.
Antonino Messina era un’uomo tutto d’un pezzo, che aveva scelto di investire in un piccolo paesino come Salemi la sua fortuna più grande: la sua scuola di danza.
Una scuola formata da allieve e allievi, unita dalla preparazione, dalla tenacia, e dall’ottimismo per il prossimo saggio.
E sui suoi saggi sarebbe opportuno scrivere un articolo a parte: strabilianti, favolosi, mozzafiato.
E ricordo uno dei suoi ultimi saggi, Gate D25: un viaggio per tutto il mondo alla scoperta degli stili artistici di tutte le nazioni del globo.
Un racconto che non era soltanto spettacolo, ma visione.
Un modo per insegnare che la danza non è semplice movimento, bensì linguaggio universale, capace di abbattere confini, unire culture e dare voce anche a ciò che le parole non riescono a esprimere.
Antonino Messina questo lo sapeva bene, e lo trasmetteva, giorno dopo giorno, lezione dopo lezione, con rigore e passione.
Non cercava la perfezione sterile, ma l’anima nel gesto, la verità nell’espressione, il coraggio nell’interpretazione.
Chi ha avuto la fortuna di incrociare il suo cammino non ha soltanto imparato dei passi di danza.
Ha imparato la disciplina, il rispetto, il sacrificio.
Ha imparato cosa significa credere in sé stessi anche quando tutto sembra più difficile.
Perché un maestro non si limita a insegnare: lascia tracce.
Tracce profonde, destinate a rimanere nel tempo, nei corpi e nelle vite di chi ha formato.
Salemi ha perso non soltanto un professionista, ma un punto di riferimento, una figura capace di dare lustro al territorio, di portare bellezza dove spesso si pensa che non possa nascere nulla di grande.
Eppure lui lo aveva dimostrato: anche da un piccolo paese possono nascere sogni immensi.
La sua scuola continuerà a vivere nei sorrisi dei suoi allievi, nelle lacrime dietro le quinte, negli applausi che ancora riecheggiano nei ricordi di chi ha assistito ai suoi spettacoli.
Continuerà a vivere in ogni passo eseguito con quella cura che lui pretendeva, ma che in fondo era una forma d’amore.
Perché quando a morire non è un uomo, ma un maestro, ciò che resta non è il silenzio, bensì il rumore, la musica, e soprattutto la danza.
Perché, come diceva sempre lui alle sue allieve: “Non smettete mai di ballare, anche quando la vita cambia musica”.
Baldassare Caradonna
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