Ci sono libri che, con il tempo, cambiano significato. Non perché mutino le loro pagine, ma perché
cambiamo noi, o semplicemente il mondo intorno. La ristampa di Salemi e il suo territorio (Electa,
2025) , il volume nato dall’incontro tra il fotografo Mimmo Jodice e l’architetto Francesco Venezia,
oggi si legge inevitabilmente anche come un omaggio. Un ritorno allo sguardo di uno dei più grandi
fotografi italiani, scomparso l’ottobre scorso, che ha saputo raccontare il Mediterraneo e le sue città
con una profondità rara.
Riaprire questo libro , la cui ristampa da anni era in programma, significa oggi ritrovare, prima di
tutto, la sua fotografia.
Jodice ha sempre fotografato i luoghi come se fossero depositi di tempo. Non cercava la cronaca la
scena clamorosa. Cercava piuttosto il punto in cui la realtà quotidiana si trasforma in qualcosa di
più profondo:una luce, una sospensione. In questo senso le sue immagini non descrivono
semplicemente Salemi, ma la interrogano e interrogando la città, interrogano noi lettori.
Le fotografie raccolte nel volume restituiscono una città che sembra esistere in una dimensione
quasi silenziosa. Le strade sono spesso vuote o attraversate da presenze minime. I muri portano le
tracce del tempo come superfici da leggere, mentre le scale si arrampicano lungo i pendii con una
naturalezza antica, tutto è fragile ed egualmente imperituro.
È la capacità di cogliere l’essenziale, uno dei tratti più riconoscibili della fotografia di Jodice. Il suo
bianco e nero non è mai puramente estetico. È uno strumento di concentrazione. Eliminando il
colore, l’immagine si riduce ai suoi elementi fondamentali: luce, materia, spazio. I muri diventano
superfici vibranti, le ombre scandiscono i volumi, le strade si trasformano in linee che guidano lo
sguardo.
Non è un caso che Edoardo Benvenuto, nell’ irrinunciabile prefazione alla prima edizione del
volume, parlasse del «linguaggio cifrato delle pietre». Le città storiche custodiscono un enigma che
non si lascia afferrare immediatamente. È fatto di ritmi, di ripetizioni, di segni minimi. E proprio
questi segni diventano il materiale della fotografia di Jodice.
Il fotografo napoletano ha sempre avuto un rapporto speciale con il Mediterraneo e con le sue città
stratificate. Napoli, naturalmente, ma anche i siti archeologici, le rovine, i porti, i paesaggi dove la
storia e la natura si intrecciano. Salemi entra in questa geografia dello sguardo quasi naturalmente.
È una città costruita sul pendio, fatta di scale improvvise, di strade che si interrompono, di cortine
murarie che si aprono all’improvviso su grandi orizzonti.
Francesco Venezia, nel testo che accompagna le fotografie, descrive questa esperienza con parole
poetiche: «Meraviglia, a ogni angolo di strada, l’imprevedibilità del prosieguo».
Le immagini di Jodice sembrano nascere proprio da questa esperienza del cammino. Non sono
fotografie distaccate. Sono immagini che nascono dal tempo trascorso dentro la città, dall’attenzione
per quei dettagli che spesso sfuggono allo sguardo frettoloso.
E forse è proprio qui che la fotografia di Jodice rivela la sua qualità più rara: la capacità di rendere
straordinario ciò che, nella vita quotidiana, rischia di diventare invisibile. Un muro scrostato, una
porta socchiusa, l’incrocio casuale di tetti, la curva di una scala. Elementi minimi che, attraverso lo
sguardo del fotografo, si trasformano in segni di una bellezza silenziosa.
C’è anche un’altra dimensione che attraversa il libro: quella della rovina. Salemi porta ancora i
segni del terremoto del Belice e delle trasformazioni che ne seguirono. Francesco Venezia riflette a
lungo sul significato del rudere, distinguendolo dalle semplici macerie. Il rudere, scrive, conserva
ancora una forza espressiva, una capacità di evocare il passato e allo stesso tempo di suggerire
nuove possibilità di futuro.
Le fotografie di Jodice sembrano condividere questa stessa idea. Non guardano la rovina come
spettacolo della distruzione. Piuttosto la osservano come parte della vita della città, come una
condizione in cui il tempo si rende visibile. I muri interrotti, gli spazi vuoti, le cortine spezzate
diventano occasioni per nuove prospettive, nuovi affacci, nuove relazioni tra le cose.
Per questo, oggi, la ristampa di Salemi e il suo territorio assume un significato particolare. Non è
soltanto il recupero di un libro importante. È anche un modo per tornare allo sguardo di Mimmo
Jodice, alla sua capacità di vedere il Mediterraneo come un grande archivio di forme, memorie e
silenzi.
Guardando queste immagini, si ha la sensazione che il tempo scorra più lentamente. Che le città non
siano semplicemente luoghi da attraversare, ma paesaggi da ascoltare. Non città di cui tornare a
scrivere, ma città in cui tornare ad abitare, come scrive nella nuova prefazione Pierre-Alain Croset.
Eccolo il lascito più profondo di Jodice: averci insegnato che la fotografia può essere, prima di tutto,
un gesto di attenzione. Uno sguardo paziente sulle cose del mondo, capace di restituire dignità
anche ai frammenti più umili della realtà.
Riaprire oggi le pagine di Salemi e il suo territorio significa allora ritrovare non solo una città, ma
anche la voce silenziosa di un grande fotografo. E accorgersi che, dentro quelle immagini in bianco
e nero, Mimmo Jodice continua a raccontare la città di Salemi, con la stessa discrezione con cui ha
attraversato il Mediterraneo per tutta la sua vita.
Bello sarebbe – ed è un auspicio che da qui rivolgo agli amministratori – se i negativi delle foto
scattate a Salemi e recuperati anni fa dall’amministrazione, poi sviluppati e adesso affissi all’interno
del palazzo Municipale e degli uffici comunali potessero essere donati alla comunità tutta e agli
interessati che certamente da ogni dove verrebbero per ammirare la mostra permanente di Mimmo
Jodice a Salemi – un vero e proprio museo del territorio che ancora ci manca.
Filippo Triolo
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