È morta la guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, colpito fatalmente dai missili israeliani nel suo compound a Teheran.
L’operazione degli Stati Uniti, compiuta in sinergia con le forze armate israeliane, ufficialmente non mirava direttamente al sovvertimento del regime, bensì a un indebolimento dell’arsenale iraniano, che, dicono le indiscrezioni, potrebbe contare presto anche sulle armi nucleari.
L’Unione Europea, così come i principali alleati USA, quali Francia, Italia, Germania e Regno Unito, hanno osservato passivi all’offensiva.
I missili americani hanno attraversato il territorio di diversi stati limitrofi, quali gli Emirati Arabi Uniti, dove molti cittadini italiani, tra cui il ministro Guido Crosetto, sono rimasti bloccati.
Sono state ore di terrore anche per un nostro concittadino salemitano, Vito Surdo, che ha visto i bombardamenti missilistici dalla sua residenza a Dubai, nell’impotenza di poter stare solamente a guardare.
La morte della Guida Suprema apre ora una fase di grande incertezza per la Repubblica islamica.
Il regime degli ayatollah, costruito attorno alla figura prima di Khomeini, e poi di Khamenei, si regge su un fragile equilibrio tra autorità religiosa, potere politico e apparato militare, che rischia di incrinarsi con la sua scomparsa.
Spetterà all’Assemblea degli Esperti individuare il nuovo leader, ma la successione si annuncia complessa e segnata da tensioni interne tra le diverse anime del potere.
In questo contesto, il ruolo dei Guardiani della Rivoluzione potrebbe rafforzarsi ulteriormente, spingendo il Paese verso una gestione sempre più militarizzata.
All’interno, una società già provata da sanzioni e repressione guarda con timore a un futuro che potrebbe tradursi in un’ulteriore stretta sulle libertà civili.
Sul piano internazionale, invece, l’Iran rischia di irrigidire la propria posizione per riaffermare la propria forza dopo la perdita del leader storico.
Il futuro del Paese resta così sospeso tra la continuità del sistema teocratico e il rischio di una nuova stagione di instabilità, con ripercussioni che potrebbero andare ben oltre i confini iraniani.
Ma la domanda che in molti si fanno è: che fine faranno quelle ragazze iraniane, che pur di protestare contro il regime, e di solidarizzare con compagne uccise da quest’ultimo come Mahsa Amini, si tagliavano i capelli e si strappano il velo?
Che fine farà Narges Mohammadi, premio nobel per la pace, che è detenuta in condizioni disumane soltanto per volere la propria libertà?
E, infine, che fine farà quella bellissima ragazza a volto scoperto, con i capelli al vento, che fumava una sigaretta, mentre tra le sue mani bruciava una foto dell’ayatollah Khamenei, simbolo di questo regime d’oppressione?
Queste immagini, diventate simbolo di una generazione che chiede libertà, restano oggi sospese tra speranza e paura, ma soprattutto nella più totale incertezza.
La fine di Khamenei non coincide automaticamente con la fine del regime che egli ha incarnato per decenni.
Anzi, il rischio è che il sistema si irrigidisca proprio nel tentativo di sopravvivere.
Il destino di quelle ragazze, e con loro di milioni di iraniani, dipenderà da ciò che nascerà dalle macerie di questa transizione: se un potere ancora più duro e chiuso, oppure uno spiraglio di cambiamento dopo anni di repressione.
Per ora, l’Iran resta un Paese in bilico, dove alla caduta di un uomo non corrisponde ancora la caduta di un’ideologia, quella integralista.
La vera battaglia non si combatte solo con i missili, ma sul terreno dei diritti, della dignità e della libertà.
Perché la vera eredità di questa fase non sarà scritta nei palazzi del potere, ma negli sguardi di quelle giovani donne che chiedono una vita normale, senza paura.
Ed è lì, tra repressione e speranza, tra fondamentalismo e fanatismo religioso, che si gioca il futuro dell’Iran.
Baldassare Caradonna

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