Totò Angelo, una vita per la scuola e il lavoro: l’intervista all’ex preside

Non è la prima volta che questo blog si ritrova a intervistare un preside, ma la situazione adesso è diversa.

Totò Angelo non è “un preside”, bensì è “il preside” di Salemi per antonomasia, per meriti e per il ricordo appassionato che hanno di lui i suoi studenti, gli insegnanti e tutti coloro che hanno avuto il piacere di conoscerlo.

Ha guidato l’istituto D’Aguirre per diversi anni, anche in momenti difficili, che hanno messo in discussione il suo rapporto con la scuola, il lavoro e le relazioni.

Di questo e di tanto altro abbiamo parlato insieme in quest’intervista, che l’ex preside ha avuto il piacere di concederci.

Ing. Angelo, lei è stato per moltissimi anni il preside del liceo classico di Salemi, ruolo con il quale molti la ricordano con piacere, ma anche con un pizzico di nostalgia.
Com’è stata questa esperienza? Le manca l’ambiente scolastico?

“Sono stato preside del liceo per nove anni e provenivo dall’IPSIA di Trapani, avevo un’esperienza ventennale alla scuola trapanese. Quando arrivai al liceo ho trovato un ambiente disponibile e molti colleghi, molti docenti, mi hanno aiutato, per cui abbiamo avviatto un progetto di rinnovamento del liceo con la creazione di alcune cose, compreso il teatro, che aveva già una buona tradizione al liceo classico, e il giornale. Oltre questo abbiamo creato un progetto che prevedeva per il biennio un corso che chiamavamo impropriamente “europeo”, con diritto e lingue, per il quale i ragazzi facevano, in aggiunta alle materie curriculari, delle ore di diritto e delle ore di spagnolo che sono state molto apprezzate dai ragazzi perché, in particolare lo spagnolo, consentì loro di avere anche dei punti all’università, nonché ad avere dei riferimenti quando si facevano gli stage.
Nel ’99 a settembre fui nominato come preside dell’istituto d’Aguirre in trasferimento da Trapani, e quindi istituii tante cose. Ho cambiato l’impostazione della scuola.
Ho aumentato il numero degli applicati di segreteria che da uno diventarono dieci.
Abbiamo creato la biblioteca, abbiamo creato un’aula di informatica, la provincia ci fece il teatro di pietra nell’atrio e un campo polivalente anche pavimentando tutto la zona ed evitando gli acquitrini che c’erano all’inizio. Dopo queste trasformazioni la scuola è cresciuta anche a livello numerico. Fino a quando c’ero io non c’erano alunni che andavano fuori. Bene o male tra Tecnico, Professionale e Moda riuscivamo a mantenere non solo le persone del territorio, ma anche persone che venivano da altri centri.”

Secondo lei oggi gli studenti sono molto diversi da quelli di 20 o 30 anni fa?

“La classe studentesca è sempre formata da giovani che hanno il desiderio di crescere, e crescere in tutti i sensi, anche a livello culturale. Bisogna creare un clima di empatia diciamo, di fiducia in questi giovani, anche nelle famiglie. Perché il giovane che si sposta in autobus ogni mattina per andare a scuola perde tempo e perde la visione delle proprie radici perché è abituato da piccolo a spostarsi, non ha il tempo di pensare alla vita del proprio quartiere, se ancora ci sono quartieri. Ma questa azione di diniego o meglio di non riconoscimento nella propria scuola, la scuola del proprio paese, deriva da fattori che sono esterni alla scuola stessa. Perché se una scuola, come dimostra a livello statistico, resta ancora una scuola di qualità non si capisce quale sia la spinta che porta questi ragazzi ad andare fuori, dove non imparano molto, bensì imparano molto meno di quando erano qua. Capisco che alcuni hanno il piacere di conoscere materie moderne tipo l’informatica, oppure una matematica superiore, però si possono fare dei corsi aggiuntivi. Noi abbiamo fatto dei programmi IFTS. Quando c’ero io c’erano dei corsi POR, dei corsi PON e uno di questi me lo ricordo con piacere perché ha sistemato 10 persone che guadagnano più di me, che facevano dei corsi per informatica superiore per utilizzare e far funzionare i centri elettronici delle banche, i centri elettronici degli uffici nazionali e provinciali. E questi sono andati a lavorare fuori, ma lavorano tuttora con un computer in mano per sistemare determinate situazioni. Non sono hacker, però diciamo che hanno le loro qualità. Ci vuole solo la volontà di capire cosa chiedono i giovani e prepararli perché nel campionario della nostra pubblica istruzione ci sono tante di quelle cose che se si vogliono realizzare con buona volontà e con attitudine si ci può arrivare, e quindi si può rispondere anche alle esigenze di questi che chiedono più matematica e più informatica.”

È risaputo che per quest’anno scolastico non si è formata la classe prima del liceo classico di Salemi. Lei cosa ne pensa?

“Secondo me non è stata fatta una buona presentazione della scuola quest’anno. Il reclutamento degli studenti andrebbe fatto in una maniera capillare, avvisando le famiglie, avvisando soprattutto i ragazzi e partecipando alle riunioni… oggi si chiamano “Open Day”. L’Open Day deve essere pubblicizzato, deve essere reclamizzato in maniera che i ragazzi possano partecipare e avere la capacità di vedere qualcosa che li stimoli. Io faccio un esempio curioso. Quando istituii il corso elettronico a Trapani, una ditta mi fornì un piccolo robottino, il quale con dei numeri riusciva a parlare, bastava prepararlo e quando arrivava un ospite, un ragazzo, questo robottino veniva mandato davanti l’ospite che arrivava e gli diceva: “Buongiorno signore, benvenuto!”. Era una cosa di per sé stessa incredibile, perché eravamo agli albori della tecnologia, perché parliamo dell’anno ’79-’80 e quindi eravamo proprio all’inizio dell’era informatica. Quindi questo robottino mi portò allora in una scuola prettamente maschile anche degli elementi femminili che si sono iscritti perché incuriositi. E si sono iscritti in elettronica perché l’elettronica in fondo è una materia in cui sia una donna che un uomo possono esserci e coesistere. E quindi abbiamo avuto l’elemento femminile proprio in funzione di questo modo in cui abbiamo presentato il nuovo corso. Ora bisogna avere queste capacità attrattive. Noi al liceo, quando c’ero io, c’era un bel laboratorio di fisica, basterebbe mettere in funzione alcuni strumenti, se funzionano ancora non lo so, e fare delle esperienze con i ragazzi che vengono, perché l’esperimento è quello che gratifica e resta nell’anima.”

Quando lei era presidente dei Lions di Salemi ha fatto inserire una stele nel quartiere della Giudecca.
Come mai tutto questo interesse per la religione ebraica?


“Ma vedi, nel ’91, ’90-’91 c’è stato un signore che si chiamava Titta Lo Jacono, il quale fece un libretto, un piccolo libro, “Judaica Salem”. E creò… aveva un progetto a mente sua, insomma era una persona che per certi aspetti si poteva considerare utopico, che aveva questa utopia di risanare il quartiere ebraico della Giudecca. Comunque, quest’idea era un’idea orgogliosa e simpatica perché permetteva di rivalutare un quartiere che prima era abbandonato, mentre oggi è completamente perso.
E su questo abbiamo fondato allora assieme ad alcuni docenti, tra cui la professoressa Iole Zito, e al sindaco di allora che era Grimaldi, abbiamo fondato un cosa un istituto di cultura ebraica.
Siccome ricorreva il cinquecentesimo anniversario della cacciata degli ebrei (editto di Granada), allora abbiamo pensato di creare in quell’occasione un qualcosa, un monumento che ricordasse questo evento. E ci siamo riusciti, perché non tanto la stele in sé, però quello che rappresenta è stato un qualcosa che è stato apprezzato. Poi per le conoscenze che aveva Titta Lo Jacono sono venute molte persone, molti personaggi. Abbiamo avuto la visita per esempio del Rabbino Caro di Ferrara, che a livello nazionale è molto carismatico, ancora vivo, e abbiamo avuto il rabbino che cura Sigonella, e molte persone di Sigonella sono venute all’inaugurazione. Insomma c’è stato un momento di risveglio per questo quartiere, anche perché non si limitava solo alla stele, il progetto prevedeva un centro cultura aggregativo e dei locali di residenza per l’anno sabbatico degli ebrei. Abbiamo avuto pure ospite per alcuni mesi a Salemi il professor Elisha Linder, che era professore all’università di Haifa, il quale era una persona molto disponibile, innamorato del nostro paese, che serviva un po’ da trait d’union per le esigenze dell’istituto.”


Il 22 e il 23 marzo voteremo per un referendum costituzionale sul tema della giustizia, lei cosa ne pensa? Voterà a favore o contro?

“Io voto no, perché credo che la costituzione dei padri va mantenuta. Ma a parte questo, quando si fa una variazione di Costituzione non si può variare a colpi di maggioranza. Si varia insieme assieme, minoranza e maggioranza. Il fatto che questi con la forza dei numeri poiché hanno la maggioranza in Parlamento, il quale Parlamento è messo solo per ratificare, poi ratificano solo loro senza coinvolgere la minoranza per modificare la carta costituzionale mi lascia perplesso. E quindi voto no. D’altra parte diceva mio padre: ‘Se tutti i ricchi votano Democrazia Cristiana, io perché devo votare Democrazia Cristiana se non sono ricco?’. Ora qua se tutti quelli che sono indagati, condannati, votano tutti sì, io perché devo votare sì? Allora voterò no!”

Infine le chiedo: pensa di aver raggiunto tutti gli obiettivi che si era prefissato nel corso della sua vita?

“No. Vedi, ho perso parecchio nel senso che il paese non è un paese che consente a chi vuole di emergere. Puoi emergere in tante cose, ma a livello di paese resti sempre una persona incompiuta.
Ed è anche giusto che resti incompiuto. Io ho già 85 anni, ma nella vita bisogna sempre avere dei sogni, anche se si hanno 85 anni. Io posso dire che globalmente sono soddisfatto di quello che ho fatto, di quello che pensavo di fare, però avrei voluto che mi si consentisse di fare anche il sindaco a Salemi.
Mi hanno bloccato la candidatura proprio, con un’azione giudiziaria che iniziò nel 2006.
L’hanno conservata pronta per farla spuntare al momento della candidatura, e così persi anche al ballottaggio. Giustamente hanno avuto paura, perché qualche scheletro nell’armadio qualcuno ce l’ha sempre, e quindi con un sindaco diverso gli scheletri possono anche avere una loro vitalità con danno di chi l’ha creati.”


Baldassare Caradonna

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