Dopo aver parlato del caso di Maria Cristina Gallo, la prof.ssa di Mazara del Vallo morta per un ritardo del referto istologico, e del caso di Francesco Carbonello, il prof. salemitano morto all’ospedale di Castelvetrano per una colite acuta, oggi questo blog accoglie la testimonianza di una donna salemitana, che ha deciso di mantenere l’anonimato, per denunciare l’ennesimo episodio di malasanità.
La donna, che per semplicità chiameremo da ora in poi “Patrizia”, ci ha contatto scrivendo una lettera, in cui, in modo chiaro e deciso, racconta la propria esperienza con il mondo della sanità, che ha profondamente segnato la sua vita.
Nella lettera, Patrizia ci scrive:
“Spero che più persone possibili leggano ciò che sto per dire, perché rappresenta l’unico modo per evitare che tragedie come questa si ripetano.
Mia madre Elena (altro pseudonimo), una donna di 73 anni, era stata ricoverata diversi anni fa in una struttura ospedaliera per un’occlusione intestinale.
Dopo l’intervento e un breve passaggio al reparto di rianimazione, era stata trasferita al reparto di chirurgia, nel quale aveva iniziato a accusare un forte malessere.
Successivamente, i medici mi hanno comunicato che mia madre avrebbe dovuto essere sottoposta ad un altro intervento chirurgico, questa volta a causa di un’emorragia che, sostenevano i medici, fosse stata causata da un’infezione, dovuta ad un’errata pulizia del colon nel corso del primo intervento.
Così, dopo il secondo intervento, mia madre venne trasferita nuovamente in rianimazione, nel quale ho continuato assiduamente a monitorarla, raccomandando ai medici di dare la massima priorità alla sua salute.
Il giorno dopo, però, successe l’impensabile: il personale sanitario mi ha comunicato che mia madre stava molto meglio, e che sarebbe stata presto trasferita nel reparto di chirurgia.
Il pomeriggio sono ritornata in ospedale, e mi sono accorta che sì mia madre era stata trasferita in reparto, ma che le cose non erano andate proprio come previsto.
Mia madre era confusa, non mangiava, non mi riconosceva e chiedeva soltanto di essere portata via da lì.
Inoltre, avevo notato che dalla ferita sulla sua pancia usciva uno strano liquido bianco, e di conseguenza ho chiamato gli infermieri che, oltre a cambiare le lenzuola, mi hanno tranquillizzata, raccondandomi che chiunque avevesse subìto un intervento di quel tipo si sarebbe trovato nelle stesse condizioni.
Eppure, a notte fonda, mi è arrivata quella chiamata che nessuno avrebbe mai voluto ricevere: le condizioni di mia madre erano ulteriormente peggiorate.
Mi sono precipitata di corsa nell’ospedale per capire cosa stesse succedendo, e lì ho visto mia madre coperta interamente da un lenzuolo bianco: non ce l’aveva fatta.
Ho sporto denuncia contro ignoti, così la procura di competenza ha aperto un fascicolo per omicidio colposo e lesioni colpose, ma il fascicolo è stato archiviato.
In ogni caso io non mi arrendo: ho intentato causa contro l’azienda ospedaliera e continuerò a lottare affinché mia madre abbia giustizia, così come tutte le altre vittime della malasanità.”
F.to Patrizia Cancellato (pseudonimo)
Purtroppo, l’episodio in questione ci rivela l’ennesima verità: in un mondo come quello della sanità, costantemente definanziato e mal gestito, a farne le spese sono sempre i cittadini liberi e onesti, che, senza le adeguate conoscenze, possono anche rimetterci la pelle.
Il caso di Elena potrebbe essere quello di chiunque: un vostro caro, un vostro parente, un vostro amico, un vostro fratello, oppure, di voi stessi.
Raccontare storie come questa è l’unico modo che abbiamo per rompere il muro del silenzio e restare al fianco di chi, come Patrizia, continua a lottare per la dignità dei propri cari.
Perché la storia di Elena e Patrizia non resti solo un fascicolo archiviato, ma diventi un monito affinché il diritto alla salute torni a essere una garanzia inviolabile e non una tragica scommessa.
Baldassare Caradonna
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