Sono poche, anzi pochissime, le persone che hanno saputo lasciare un segno nella storia della comunità salemitana, ma mai nessuno come Paolo Cammarata è riuscito ad incarnare in un solo corpo la passione e lo spirito per la conservazione del patrimonio storico e librario della città di Salemi.
Il blog Halyciae ha quindi avuto il piacere di intrattenere una lunga conversazione con il dott. Paolo Cammarata, ex direttore della biblioteca comunale di Salemi, storico e scrittore studioso del territorio salemitano, delle sue tradizioni e delle sue origini.
Dott. Cammarata, lei è stato per decenni il direttore della biblioteca comunale di Salemi.
Cosa le hanno insegnato tutti questi anni di esperienza?
“Circa 40 anni di convivenza con i libri, che sono un po’ la memoria storica non solo di Salemi, della Sicilia, della storia in generale, mi hanno formato dal punto di vista, appunto, storico, dandomi, spero almeno, una capacità di sintesi e di riuscire a trovare nelle pieghe della storia le linee essenziali che servono poi a portare avanti il discorso della continuità storica.”
Nel suo libro Il castello e le campane, pubblicato più di 30 anni fa da Sellerio Editore, fa una disamina meticolosa della storia civile e religiosa della città di Salemi. Pensa che oggi quella storia e quelle tradizioni di cui lei parla nel libro si stiano perdendo? Se sì, perché?
“A dire la verità, non è che fossero molto in auge neanche 30 anni fa. Infatti mi sono deciso, su invito della casa editrice della signora Sellerio, a scrivere questa specie di sintesi, di summa della storia salemitana, appunto per rinverdire, per rinvigorire l’amore e la conoscenza per la nostra città, per la nostra storia. E vi assicuro che nelle pieghe della nostra storia ci sono esempi, ci sono situazioni che veramente meritano di essere sottolineate per il loro grande respiro. Fra tutti una, per esempio: verso il 1500 (senza stare a dare date precise), Salemi si stava spopolando. E allora, per un complesso di motivi, perché l’agricoltura non andava più tanto bene, perché c’erano insomma delle situazioni particolari.
E allora per evitare, appunto, lo spopolamento totale, i giurati della città, gli amministratori del tempo, hanno deciso di emanare una specie di editto: tutti coloro che erano partiti da Salemi da almeno 5 anni e avessero voluto ritornare sarebbero stati esentati da ogni tassa, esentati da ogni tributo per 10 anni di seguito; tutti quelli che abitavano fuori e che avessero voluto venire ad abitare a Salemi, avrebbero avuto anch’essi l’esenzione dalle tasse per 5 anni. Praticamente questo provvedimento ha dato vigore, vita, respiro alla città, per cui nel giro di pochi anni la popolazione è raddoppiata.
In pochi anni Salemi è ritornata a vivere. Se non ci fossero stati provvedimenti di questo tipo, Salemi probabilmente sarebbe già un ricordo archeologico già da oltre 500 anni.”
Oltre al suo ruolo di bibliotecario, lei è anche uno scrittore, uno studioso della storia locale.
Quando e come è nata la sua passione per la ricerca storica e per la scrittura? E quali autori o maestri hanno influenzato maggiormente il suo percorso intellettuale?
“Essere quotidianamente a contatto con i libri, con la carta stampata… quando tu hai fra le mani un libro edito nel 1512, dove c’è un’edizione aldina di Aldo Manuzio, quelli caratterizzati dall’àncora, non puoi fare a meno di emozionarti, di partecipare, di sentirti quasi… di sentire un rispetto, una forma di adorazione direi quasi per queste carte. E quindi, praticamente, tutta una serie di conseguenze che ti portano poi ad impadronirti della materia, cercando di sfruttare al massimo le conoscenze.”
Pochi giorni fa è caduto il 58° anniversario del terremoto che devastò la Valle del Belice. Qual è il suo personalissimo ricordo di quell’evento?
“L’ho descritto abbastanza dettagliatamente proprio in una sezione apposita del libro Il castello delle campane che citavi tu poco fa. E anche ieri, poi ricorrenza del terremoto, ho fatto un piccolo post sul nostro gruppo “Salemi nel cuore”, dove appunto racconto i miei personalissimi ricordi di quell’avvenimento che a distanza di quasi 60 anni ancora fa tremare. Una sola cosa, tanto per dire: quando ero piccolo, siccome di terremoti a Salemi ce ne sono stati parecchi (un altro nel 1740), sentivo dire dagli anziani che in occasione del terremoto del 1740, appunto, le cantoniere di Sant’Agostino “si unsero”, cioè il cantonale della chiesa di Sant’Agostino ha toccato il cantonale della costruzione prospiciente. Era un’iperbole, insomma, chiaro che no. In occasione del terremoto del ’68, io mi trovavo all’ultimo piano del palazzo municipale, impiegato là, lavoravo là (ancora la biblioteca non era in funzione, era chiusa). E c’è stata verso le 11 una scossa fortissima. Ebbene, io mi trovavo nella stanza, l’ultima stanza in alto di questa costruzione, e ho toccato con mano il cantonale di Sant’Agostino che ci veniva incontro. Quindi, in fin dei conti, era vero questo fatto che i cantonali si toccano.
C’è un’oscillazione tale quando c’è una scossa di terremoto così forte per cui davvero è soltanto l’elasticità della nostra pietra campanella, delle nostre costruzioni, l’abilità dei nostri architetti probabilmente ha fatto sì che le costruzioni resistessero e non crollassero (che poi la chiesa di Sant’Agostino non ha avuto danni praticamente).”
Salemi è una città dalla storia complessa, stratificata e spesso segnata da eventi traumatici.
Quanto è importante, secondo lei, lo studio della storia locale per comprendere l’identità di una comunità e per rafforzare il senso di appartenenza dei cittadini?
“La storia senza la microstoria non ha senso, non potrebbe esistere. Sono le piccole storie, la storia delle piccole città, la storia degli uomini di ogni giorno, delle persone comuni che a poco a poco costruiscono la grande base su cui la Storia con la S maiuscola si poggia. Quindi la storia locale, le storie locali (tutte le storie locali nel bene e nel male), se affrontate e studiate con serietà e scevre da stupidi campanilismi che non fanno bene a nessuno… la storia è quella che è, si può criticare, ci sono periodi fortunati e periodi meno fortunati. La somma di queste cose fa poi la vita quotidiana delle persone.”
Nel corso della sua carriera ha avuto modo di osservare il rapporto tra i giovani e i libri cambiare profondamente. Come giudica oggi l’approccio delle nuove generazioni alla lettura e alla cultura?
E cosa si potrebbe fare concretamente per riavvicinarle al patrimonio librario e storico del territorio?
“Ogni generazione ha le sue peculiarità. Per le generazioni passate, le generazioni presenti hanno sempre qualcosa di diverso rispetto al passato, è una cosa normale. Forse quest’ultima generazione, la vostra, sta un pochino esagerando in quanto a tecnologie, in quanto a sistemi di apprendimento che magari non approfondiscono dal punto di vista umano, dal punto di vista psicologico. Però questa è la vita, bisogna tenerne conto; questo è il progresso, la vita va avanti così, bisogna trarre il meglio da ogni situazione. Infatti, per esempio, posso dire che rispetto agli ultimi anni del secolo scorso (gli anni ’80, ’90, 2000, 2010), la biblioteca ora non ha più la stessa funzione che aveva allora. Perché vi sono altri metodi di apprendimento, ci sono altre… non voglio giudicare se migliori o peggiori, però strumenti diversi comunque. Mentre prima c’era l’affluenza… per esempio io ricordo che noi a Salemi avevamo un record: quello dei prestiti di libri all’esterno, alle persone che venivano a prendere i libri e li portavano a casa e li leggevano. In una cittadina di 14-15 mila abitanti allora, fare 20 mila prestiti all’anno era una cosa incredibile, eccezionale. Cioè, per avere questa stessa media, Trapani o Marsala o Mazara avrebbero dovuto farne 50 mila. Invece no, ne facevano meno di noi in assoluto. E quindi vuol dire che la biblioteca di Salemi funzionava, era ben attrezzata, era fornita, gli studenti e i lettori in genere trovavano di solito il materiale che cercavano. Poi c’era anche il grande respiro delle tesi di laurea: se ne facevano 5, 6, 7, 8 all’anno fornendo il materiale per la loro stesura, fornendo aiuto tecnico. Quindi il rapporto utente-libro, biblioteca-libro era diverso. Ora, naturalmente, è molto diminuito. Però siccome i libri sono un bene che comunque, anche in presenza di questi nuovi mezzi tecnologici, non si può negare la loro bellezza estetica, importanza… allora non possiamo mica metterli da parte. Bisognerà trovare il sistema di fare fruire questo patrimonio con delle conferenze, facendo delle mostre, in tutti i modi possibili in modo che questo documento cartaceo non venga assolutamente messo da parte. Noi la nostra cultura la dobbiamo ai papiri egiziani, quindi vuol dire che quello che rimane scritto continua a essere il fondamento della nostra cultura e della nostra vita.”
Uno dei temi più discussi a Salemi, e più in generale in Sicilia, è quello della mafia. Salemi nel corso di tutti questi anni è stato un centro nevralgico del potere mafioso oppure soltanto una periferia? E poi, secondo lei, ad oggi la mafia a Salemi è veramente soltanto un “fossile” come la definiva Vittorio Sgarbi, o è qualcosa di più?
“La mafia… Salemi è stata una buona cellula da sempre, sin dall’Ottocento. Le generazioni si sono susseguite… fino ovviamente, non solo a Salemi ma come fenomeno sociale in genere, ormai la mafia non ha più lo stesso significato, lo stesso scopo. È cambiata anche questa parte. Però diciamo che la mafia a Salemi ha avuto una sua forte presenza attiva in passato. Per fortuna pare che ora il fenomeno sia in forte regresso, addirittura si può dire che almeno nelle forme conosciute nel passato non esiste più. Si è quasi in qualche modo incarnata nella politica, in certa politica di bassa lega.”
La memoria storica è spesso affidata a pochi studiosi e rischia di disperdersi con il passare del tempo. Quali iniziative ritiene fondamentali per preservare e valorizzare l’archivio, le tradizioni orali e il patrimonio culturale di Salemi e della Valle del Belice?
“Il materiale fisico esiste ancora ed è ben conservato. Il materiale cartaceo… io per esempio già in passato, molti anni fa quando ero in piena attività, ho avuto la possibilità con un finanziamento della Regione (allora non c’erano i mezzi di ora) di fotografare pagina per pagina tutti i volumi del ‘500, del ‘600 e tutti quelli che a mio parere erano di una certa rarità o importanza. Per cui esiste in biblioteca, oltre al cartaceo, un archivio di fotografie, di diapositive, in cui sono fotografati tutti i libri rari antichi che noi abbiamo. Ora non c’è più bisogno perché abbiamo l’intelligenza artificiale e tanti altri sistemi, però già questa forma di previsione per conservare il più a lungo possibile la nostra cultura l’avevamo già noi nel secolo scorso.”
Dopo tanti anni di studio e di impegno culturale, c’è un episodio, una scoperta o un momento della sua carriera che considera particolarmente significativo ed emblematico del suo lavoro?
“All’inizio della mia attività la biblioteca si trovava al castello. Io non ho avuto le consegne da parte del bibliotecario precedente perché il terremoto aveva interrotto questo rapporto; la biblioteca era rimasta chiusa per un paio d’anni al castello e il vecchio bibliotecario, anziano, non è più tornato in servizio. Quindi quando sono stato incaricato mi sono trovato in difficoltà. Però la mia curiosità, la voglia di conoscere, il mio impegno mi hanno messo in condizione di esplorare tutto quello che c’era da vedere. Una volta mi sono trovato salendo su una delle due torri quadrangolari. Ho notato che in una stanza il pavimento era molto più alto rispetto all’altra, però tutto perfetto, liscio. Mi sono incuriosito. Il pavimento era “soffice”. Allora ho cominciato a scavare: c’era uno strato di almeno 40 cm di guano di piccione. Perché siccome c’erano le feritoie aperte, chissà da quanto tempo i colombi venivano a nidificare là dentro. Mi sono attrezzato con dei guanti, una tuta vecchia, e mi sono messo a scavare. E venivano fuori dei fogli di carta scritti a mano. Ho pulito come ho potuto (ero io solo con il mio aiutante Vito Caradonna che però essendo claudicante non poteva salire sopra). E ho scoperto che si trattava di registri di atti notarili. Il più antico risalente al 1420. Siccome nessuno nasce imparato, mi sono fatto un corso biennale alla Libera Università di Trapani di paleografia latina, diplomatica, archivistica e così via, per capirci meglio. E ora l’Archivio Notarile Storico di Salemi comprende circa 2.500 “bastardelli” o registri (volumi grossi ognuno quanto un concio per l’edilizia) dove sono raccolti tutti gli atti notarili rogati a Salemi dal 1400 fino a pochi anni fa. E quello che è importante è che in questi atti notarili antichi, siccome non c’erano certi uffici comunali, tutto si andava a fare dal notaio. Se tu compravi un cavallo o lo vendevi dovevi andare dal notaio. Quando si fidanzavano due futuri sposi si andava dal notaio e i genitori facevano la “dote” ufficialmente: c’è l’elenco delle lenzuola, la coperta ricamata, la collana di perle, con la descrizione dettagliata di tutti i pezzi. Questo costituisce una ricchezza incredibile perché ti influenza anche la storia dell’arte, l’artigianato locale… la scoperta di questo archivio notarile storico la ritengo una delle cose più importanti.”
Guardando alla Salemi di oggi, quali sono secondo lei le principali criticità culturali e quali invece le potenzialità ancora inespresse su cui bisognerebbe investire?
“Quelle di ogni altro posto in tutta l’Italia. I programmi scolastici non sono più quelli di prima. Gli insegnanti sono diventati dei burocrati piuttosto che insegnare le materie di loro pertinenza; sono costretti tutto il giorno a stare al computer a fare… insomma. C’è bisogno di un ripensamento sull’attività scolastica e sulle funzioni dei docenti, perché secondo me così non si arriva da nessuna parte. Si delega tutto alla tecnologia e per quanto riguarda l’uomo rimane un guscio vuoto.”
Se dovesse lasciare un messaggio alle nuove generazioni di salemitani (studenti, giovani studiosi o semplici cittadini), quale sarebbe l’invito principale che si sente di rivolgere loro rispetto alla conoscenza, alla memoria e alla cura della propria storia?
“La città dove uno è nato, dove sono nati i genitori e i nonni, è la propria casa allargata. E quindi non si può non amarla. Bisogna avere rispetto per le istituzioni, bisogna approfondire, perché se la conosci, la ami. Allora bisogna che i ragazzi non stiano soltanto tutto il giorno con il naso appiccicato al telefonino, ma bisogna anche girare, guardare. A Salemi pure le pietre parlano. Se tu sai osservare bene, ti accorgi che una stessa pietra, uno stesso concio, è stato riutilizzato in un’altra costruzione. C’è un posto dove c’è scritta una data, 1524 se ricordo bene, ed è scritta però a testa in giù. Quindi vuol dire che il concio non è stato scritto dopo che era già murato, ma viene da un altro posto ed è stato riutilizzato e il muratore lo ha messo a testa in giù. Tutto parla di storia, di ricordi.
Basta saper leggere, anche le pietre hanno la loro lingua e il loro linguaggio.”
Baldassare Caradonna

Commenta