La prima scossa delle 13:28 e poi la seconda delle 14:15 avevano già allertato gran parte dei residenti, mentre dopo la terza scossa delle 16:48, quest’ultima molto più forte delle precedenti, molti cittadini, consigliati anche dal colonnello Carlo Alberto Dalla Chiesa, scelsero addirittura di dormire in macchina, anche se tutto sommato alcuni ritenevano che la situazione fosse ancora sotto controllo.
Poi, la notte tra il 14 e il 15 gennaio, arrivò il buio.
Altre due violenti scosse, di un’intensità stimata di magnitudo 6,4 della scala Richter, verificatesi alle 2:33 e alle 3:01, distrussero buona parte del territorio, causando centinaia di vittime, migliaia di feriti, e decine di migliaia di sfollati.
In quel momento non si ebbe conto immediatamente della gravità della vicenda, anche a causa della scarsità dei mezzi di comunicazione.
A livello nazionale, la notizia ebbe risonanza soltanto con la prima del TG1 delle 13:30, condotto da Piero Angela.
I primi soccorsi, arrivati scoordinati e senza un reale supporto tecnico, trovarono le strade letteralmente risucchiate dalla terra, e ciò rese i loro interventi frammentari e poco decisivi.
Nei giorni successivi al sisma visitarono la zona il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat e il ministro dell’interno Paolo Emilio Taviani.
Il bilancio del terremoto fu drammatico: Gibellina, Montevago, Poggioreale e Salaparuta erano stati rasi interamente al suolo.
Anche Salemi aveva subito danni considerevoli, tant’è che l’amministrazione dell’epoca scelse, con una decisione storica e controversa, di radere al suolo l’ex Chiesa Madre (diventata oggi Piazza Alicia), risultata gravemente danneggiata dal sisma.
Decine di migliaia di persone erano state stipate nelle baraccopoli, che si scopriranno in seguito essere anche pericolose, per i tetti rivestiti dall’eternit.
Ma la sfida più grande, in molti casi fallita, in altri nemmeno cominciata, era la ricostruzione.
Per la ricostruzione furono spesi oltre 6 miliardi di euro, ma come appurato da diverse inchieste giornalistiche, questi talvolta non vennero investiti correttamente.
I lavori erano troppo lenti: in alcuni casi non iniziavano neanche, e spesso erano anche legati parallelamente ad apparati riferibili in tutto e per tutto alla mafia e alla criminalità organizzata.
Iconiche sono state le battaglie di Danilo Dolci, che scelse di lottare in prima linea per la ricostruzione e contro il malaffare nell’isola, dichiarando: “La burocrazia uccide più del terremoto”.
Nel frattempo a Gibellina un sindaco visionario, Ludovico Corrao, scelse di ricostruire interamente la città, grazie anche all’aiuto dei numerosi artisti che chiamò a suo sostegno.
Ed oggi, grazie al suo lavoro, la sua città si appresta a diventare la prima Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea, con un finanziamento di oltre un milione di euro e progetti che andranno avanti per tutto l’anno.
Poggioreale, Montevago e Salaparuta purtroppo sono rimaste delle fantasma, anche e soprattutto a causa dei mancati interventi di riqualificazione, tanto sognati dagli sfollati.
Salemi si è risollevata, ma non ha avuto la stessa rinascita di Gibellina, complice anche una politica locale che a quei tempi più che a costruire pensava a distruggere.
Adesso, a 58 anni dal terremoto che riscrisse la storia del nostro territorio, cosa rimane a noi salemitani, a noi belicini, a noi siciliani?
Rimane la memoria, innanzitutto. Il dovere di ricordare non solo le macerie e il dolore, ma anche le scelte sbagliate, le occasioni perse, le responsabilità mai pienamente assunte.
Rimane il rispetto per le vittime e per chi, in silenzio, ha ricostruito una vita partendo da nulla, tra baracche, promesse mancate e un futuro continuamente rimandato.
Rimane anche una lezione, dura ma necessaria: la ricostruzione non è fatta solo di cemento, ma di visione, onestà e comunità.
Dove questi elementi sono mancati, sono rimasti vuoti e città fantasma; dove invece si è avuto il coraggio di immaginare, come a Gibellina, è nato un nuovo linguaggio, capace di trasformare la ferita in identità.
A noi, oggi, spetta il compito più difficile: non tradire ancora quella storia.
Difendere il territorio, pretendere politiche lungimiranti, investimenti reali, rispetto per la cultura e per la memoria.
Perché il terremoto del Belìce non appartiene solo al passato: vive nelle scelte che facciamo ogni giorno.
E se è vero che la terra può tremare all’improvviso, è altrettanto vero che l’oblio è una scossa lenta, ma definitiva.
Sta a noi decidere se lasciare che cancelli tutto, o se trasformare quel dolore in coscienza, riscatto e futuro.
Baldassare Caradonna
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