Sarebbe rassicurante poter dire il contrario, ma la realtà impone un verdetto amaro: del cinema, a Salemi, non sembra essere rimasto quasi nulla.
Solo nomi sbiaditi, insegne consumate dal tempo, ma nessuna garanzia, nessun luogo, nessun locale.
Chi oggi prova a cercare il cinema a Salemi può soltanto sperare di trovarlo: può immaginarlo, sognarlo come si sogna una pentola d’oro alla fine dell’arcobaleno, ma sul piano razionale troverà soltanto le macerie di un passato lontano, ormai distante sia nello spazio che nel tempo.
I più anziani forse ricordano ancora le locandine affisse nei vicoli del centro storico, le sale gremite, l’odore acre e inconfondibile della pellicola.
I più giovani, invece, non hanno alcun ricordo a cui aggrapparsi: per loro il cinema a Salemi è qualcosa che non è mai esistito.
Eppure questa città avrebbe molto da raccontare sulla propria storia cinematografica, come dimostra una delle più recenti pubblicazioni del dottor Vito Surdo, significativamente intitolata “Cinema a Salemi“.
Un volume che ricostruisce con precisione le principali sale attive nel territorio, chiarendo chi le gestiva e per quanto tempo sono rimaste in funzione, restituendo dignità storica a una realtà oggi dimenticata.
È bene ricordare che il cinema nasce ufficialmente in Francia nel 1893 con i fratelli Lumière, ma giunge in Sicilia soltanto nel 1905, con l’apertura dell’Edison Saal, la prima sala cinematografica dell’isola.
A Salemi, invece, le prime proiezioni arrivano durante il ventennio fascista, all’interno di una casa privata aperta al pubblico e ribattezzata per l’occasione “Cinema Giacomazzi”, dal nome dell’iconico proprietario.
Le proiezioni iniziali si tenevano esclusivamente il sabato e la domenica e proponevano film religiosi o le celebri comiche di Charlie Chaplin.
Il successo fu tale che il signor Giacomazzi decise ben presto di trasferire l’attività in uno spazio più ampio.
E fu a quel punto che, inaspettatamente, iniziò a farsi strada una concorrenza agguerrita.
Nel 1925 venne inaugurato il Cinema Teatro Garibaldi, seguito dal Cinema Ferrari nel 1946 e dal Cine Teatro Italia nel 1951.
Quello che all’inizio sembrava un intrattenimento per pochi appassionati si rivelò rapidamente un fenomeno di massa, capace di coinvolgere ogni strato della società: dalle famiglie comuni fino ai vertici della politica locale.
Salemi, però, come spesso accade, non riuscì a interpretare e sostenere il cambiamento nel lungo periodo, anche a causa di un bacino d’utenza ridotto.
Così entro la fine del secondo millennio tutte le sale cinematografiche cittadine chiusero definitivamente, e l’arrivo, nei primi anni duemila dello streaming, dell’home video, delle grandi televisioni private e, successivamente, della crisi dei debiti sovrani convinse i gestori che investire in un territorio così piccolo e marginale non fosse più sostenibile.
Nonostante ciò, qualcuno ha comunque provato a invertire la rotta, spesso nel silenzio generale.
Tre anni fa l’associazione Cùncuma aveva dato vita a un festival del cinema salemitano: il Cinekim.
Un’esperienza significativa, che tuttavia non è stata rinnovata per motivi mai del tutto chiariti.
Resta allora una domanda, semplice ma fondamentale: i più giovani assisteranno mai al ritorno del cinema a Salemi?
Forse sì, ma non sarà un ritorno comodo, né silenzioso, né regalato.
Se accadrà, nascerà dalla testardaggine di chi rifiuta l’idea che una città debba accontentarsi dell’oblio, dalla curiosità di giovani che non hanno mai visto una sala accendersi ma che vogliono comunque imparare a immaginarla.
Il cinema tornerà a Salemi solo se qualcuno deciderà che ricordare non basta più, che la nostalgia non è un progetto e che la cultura, se non viene pretesa, semplicemente scompare.
Non dipenderà dal tempo, né dalla tecnologia: dipenderà dalla volontà di riaccendere una luce dove oggi restano solo muri spenti.
Baldassare Caradonna
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