Il senato ha approvato in lettura definitiva la riforma costituzionale sulla giustizia, su cui, con molta probabilità, saremo chiamati a votare nel 2026.
Ma, prima di addentrarmi nel merito della discussione, credo che sia necessario partire da un principio condiviso da molti: in realtà, questa non è propriamente una riforma della giustizia.
È una riforma che non riguarda in alcun modo i tempi dei processi, né risolve quelli che sono gli storici problemi della giustizia italiana.
Però, questa riforma non rappresenta neanche il preludio a quella svolta autoritaria che molti a sinistra invocano.
Difatti, preparandomi a trovare uno scenario apocalittico per la democrazia italiana, leggendola per la prima volta mi sono reso conto di come in realtà questa sia una semplice riforma, in senso liberale, della magistratura, né più né meno.
Una riforma che anzi, nel suo complesso, ritengo giusta e doverosa, ma poco coraggiosa, perché poco incisiva sul contesto reale, il che la rende quasi ininfluente.
Una riforma che non fa altro che cristallizzare in costituzione il concetto della separazione delle carriere, già attuato parzialmente con la riforma Cartabia, e che, coerentemente con il suddetto principio, istituisce due Consigli Superiori della Magistratura distinti, uno per i magistrati requirenti e uno per quelli giudicanti, i cui membri saranno adesso estratti a sorte.
Dopodiché, istituisce un’Alta Corte disciplinare, con il ruolo di giudicare disciplinarmente i magistrati, ruolo in precedenza affidato al CSM.
Una separazione, quest’ultima, che forse è quella che preoccupa di più le toghe, perché spezza parte dello strapotere dello stesso CSM, che finiva di fatto per giudicarsi da solo.
Le accuse di quelli che, come il procuratore Gratteri, affermano che questa riforma porrebbe o vorrebbe porre il pubblico ministero sotto il controllo del governo fanno acqua da tutte le parti, poiché non trovano alcun fondamento nel testo in questione, che proprio di questo aspetto specifico non parla.
Parimenti, contrariamente a quanto affermato da molti, la riforma non cambia neanche l’obbligatorietà dell’azione penale, lasciando intatto l’articolo 112.
La riforma, inoltre, non tange più di tanto neanche lo storico problema della magistratura italiana: le correnti e il correntismo, non essendoci veri provvedimenti volti ad arginarle o limitarne l’influenza.
Questa riforma, descritta dagli esponenti del governo come epocale, in realtà non è altro che una riformetta, come d’altronde lo era quella sul taglio dei parlamentari.
Schierarsi a favore o contro non fa una grande differenza, essendo quest’ultima a mio avviso una riforma, nel suo complesso, poco incisiva.
Tuttavia, dovendo andare a votare, voterei convintamente a favore, seguendo il pensiero che è anche quello di Antonio di Pietro, l’ex pm simbolo per eccellenza dell’inchiesta mani pulite, che ha dichiarato:
“Separare le carriere significa dare piena concretezza all’articolo 111 della Costituzione.
Paventare il rischio di una sottomissione del pubblico ministero al governo è pura fuffa.
È un operazione di facciata che nasconde il vero motivo per cui le toghe sono terrorizzate, ossia perché toglierebbe al CSM il potere di giudicare se stesso”.
Baldassare Caradonna
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